A sorpresa, nel giorno di Natale, l’Arcivescovo di Milano monsignor Tettamanzi annuncia la creazione di un Fondo Diocesano per il sostegno dei parrocchiani più bisognosi colpiti dalla crisi.
Addirittura 1 milione di euro, stanziati in quattro e quattro otto come noi e voi si stanzia un cappuccino e brioche, costituiscono la dote che la Diocesi Milanese metterà inizialmente a disposizione, non si sa con quale metodologia o procedura, dopo aver verificato l’esistenza di questi fondi a seguito di non meglio precisate “economie collettive e personali” (la dotazione privata del Vescovo) Intra Ecclesiam.
Il surplus, si capisce, origina dalla tassazione pubblica (l’8 per mille) e dalla carità privata dei fedeli ma fa piacere sapere che la Chiesa è fra le poche istituzioni finanziarie nella nostra economia martoriata e che non ha ecceduto nelle speculazioni immobiliari (nonostante la franchigia riconosciuta sull’ICI) o finanziarie (ad occhio e croce dopo lo IOR, non è mai finita con il culo per terra). Se avanzano 1 milione di Euro (dice la legge del menga), ce ne saranno (di utile) almeno altri trenta.
Ma la mossa di Tettamanzi dice soprattutto una cosa: la Chiesa non si accontenta più dei poveri, dei diseredati, dei bambini africani, dei poveri cristi.
La Chiesa approfitta della crisi economica per irrompere nel ceto medio (in caduta libera) e fare un investimento sui fedeli a lungo termine, mai stati così a buon mercato.
Questi soldi del fondo, la Chiesa, li chiederà poi indietro?
Prestatore ultimo (altro che la scomunica per gli strozzini).
Mistero della Fed.
Amen




