Il Califfo sparito: che fine ha fatto Saddam?

La guerra in Iraq rischia di creare un nuovo prototipo di guerra-lampo, quella nella quale il nemico scompare.

Il nemico, in questo caso Saddam Hussein, è sparito, si è dileguato, bye bye.

Come nel caso di Bin Laden nella precedente guerra afghana, il mondo si chiede dove sia il bersaglio grosso, lo spauracchio che ha tenuto ONU e USA sotto scacco per mesi.

Mentre lo Sceicco del Male è dato ora morto in una grotta, ora in fuga in moto o a cavallo, ora in Pakistan, adesso si sprecano le ipotesi su dove sia colui che è stato definito il Califfo di Baghdad: è in Siria? è morto in un ristorante di Baghdad (bombardato dalla CIA), è alle Hawaii? (pagato dalla CIA).

Qualunque sia la sorte del dittatore non si può non notare come in queste guerre iper-veloci, i nemici degli americani non abbiano nemmeno il tempo di dibattersi moralmente tra l’onore del martirio e l’opzione della fuga: la sconfitta è subito evidente, c’è solo il tempo di fare le valigie.

In tutto questo i vincitori vengono privati di un punto fermo: l’esposizione del trofeo, la gogna per il tiranno. Verrebbe da dire vittoria moralmente dimezzata: come può essere una guerra giusta quello in cui il nemico se la da a gambe? Se manco lui ci crede?

In più il vincitore prova un senso di smarrimento nella sua auto-rappresentazione.

Manca la tragedia, la punizione divina, il suicidio dell’abbietto, mancano i tribunali internazionali, le teste infilzate nelle picche, la firma della resa incondizionata.

Il novecento è stato definito il secolo breve, il Duemila sarà il secolo della guerra breve.

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