Abolita l’ICI, l’imposta Comunale sull’Immobilismo

Mantenendo una promessa elettorale che risale a due anni fa (ricordate la famosa sorpresa annunciata alla fine del dibattito televisivo con Prodi?) seppur mantenendola solo a metà (l’ICI rimane per le seconde case), il Governo Berlusconi ha di fatto eliminato l’unica imposta che avesse ragione di esistere in un sistema fiscale equo e moderno.

Non solo una tassa sulla proprietà immobile è perfetta per la teoria economica (in quanto colpisce un bene che per definizione non può muoversi, quindi non scappa, non elude) ma anche sacrosanta dal punto di vista della giustizia sociale (paga chi possiede un bene) e dell’efficienza dei fattori produttivi (il tassato è portato a cercare rendimenti in altri settori, ad esempio lavorando di più e meglio, investendo i risparmi in attività finanziarie). 

l’ICI è una tassa sensata in un sistema economico che punti a generare un po’ di mobilità sociale degli individui, facendo pagare il denaro investito nell’immobile di proprietà. L’ICI, applicata alla totalità delle abitazioni censite dal catasto, rappresentava l’unico barlume di genio civile in una politica fiscale italiana che, invece, tassando tanto il lavoro e tassando poco il patrimonio realizza, è vero, i sempiterni ideali dell’ Ancien Regime e le idee sociali del Ventennio ma che sempra poco adatta ad un mondo globalizzato e sempre più dinamico.

Il governo Berlusconi ha preferito dare briglia al più noto vizio italiano: comprare casa a più non posso. Anche quando non conviene o non sarebbe necessario. Pagare tanto per quattro mura e chiudercisi dentro. Blindando il proprio futuro in qualche decina di metri quadri.

In genere le motivazioni addotte dall’italiano per la sua forsennata voglia di comprare casa sono tre:

1) I prezzi delle case salgono sempre. Questo e sbagliato, anche quando è vero. Cioè è vero storicamente negli ultimi cinquant’anni ma la stessa regola nello stesso lasso di tempo può dirsi valida anche per le azioni di Wall Street. Chi ci garantisce che sarà sempre così? Quello nella casa è un investimento che non protegge dall’inflazione e che ha molti costi nascosti (le manutenzioni e le ristrutturazioni) che non sempre vengono considerati. E poi il mercato delle case, sopratutto in Italia, è il tipico mercato delle aspettative auto-realizzanti: se tutti pensano che il valore delle case salirà tutti corrono a comprarle facendo salire i prezzi, quindi il mercato salirà di conseguenza. Non è detto che vada sempre così. Se si interrompe la fiducia. Se finisce la leva finanziaria come avviene oggi, con la crisi del credito. Questa teoria potrebbe quindi essere facilmente assimilata alla barzelletta dell’Indiano sulla montagna.

2) “La garanzia di un tetto sopra alla testa”. Un altro modo di vedere l’investimento in casa è quello del bene rifugio, dal riparo dalle intemperie. Se tutto va male uno almeno ha la casa. Non gli piove in testa. La teoria del bene-rifugio prevede l’accumulo di un bene che in caso di caduta verticale o crollo o sparizione di un sistema economico, possa essere comunque di utilità in ultima istanza. Il bene rifugio per eccellenza è l’oro. Se c’è una crisi di fiducia o valutaria, il prezzo dell’oro sale, perché se tutto crolla, uno almeno c’ha l’oro. Ma cosa può crollare? L’unica eventualità di questo tipo nella storia recente mi sembra l’olocausto degli ebrei. Il loro mondo di attività economiche, di relazioni sociali, di sicurezza e benessere crollò completamente con l’avvento del nazismo. Il cielo cadde loro sulla testa, non avevano più nulla, gli vennero confiscate le attività, tolti i diritti civili. L’unico bene rifugio che avevano era l’oro che potevano nascondere. Un ebreo con tanto oro veniva convinto di potersi salvare. Purtroppo però raramente andò così. I nazisti si fecero consegnare l’oro con false promesse. Gli ebrei ricchi finirono ad Auschwitz come quelli poveri. Ed il loro metallo giallo oggi  è ancora in Svizzera, custodito segretamente da banche di un sistema finanziario che funziona eccome. Ecco forse la non-teoria vale anche per la casa. Perché rifugio? In caso di che? Di guerra termonucleare limitata? Di epidemia tossica? In quale futuribile tragedia si suppone che uno debba chiudersi in casa, aspettando che passino le piaghe D’Egitto? Facendo cosa, coltivando pomodori nell’androne? Scavando un pozzo in cantina?

3) “Non mi fido della banca”. Quindi investo nel mattone. Questa terza teoria è forse la più condivisibile, dato il comportamento a cui ci hanno abituati gli intermediari finanziari. Però è anche vero che per evitare i bancari ci si consegna agli agenti immobiliari. Agli Architetti. Ai Geometri. Agli imbiachini. Agli elettricisti. Ai posatori di parquet. Agli Amministratori di Condominio.

Se le tre teorie pro-casa non sono sempre vere, allora la casa andrebbe considerata una attività finanziaria come le altre da gestire con un po’ di acume. Da comprare solo se si scommette di vivere in un posto tutta la vita (con un matrimonio solido ed inattaccabile…), ma senza la frenesia di bloccare tutti i propri risparmi e farsi prendere il collo da un mutuo a rata galoppante per la sola ambizione di diventare proprietari. Se si compra una casa poi bisogna stare lì, ipotecare la propria vita su un lavoro nei dintorni. Ci si condanna ad una sorta di immobilismo delle opportunità, senza alcuna libertà di cercare qualcosa di nuovo. Quanti disoccupati non si muovono dalla loro regione per cercare qualcosa altrove, proprio perché ormai hanno comprato un immobile e pretendono che sia il lavoro a muoversi e raggiugerli? 

In Italia l’87% della popolazione possiede una casa. Stimando il valore medio di un appartamento 200.000 euro (stima per difetto) il valore attuale di denaro “bloccato nelle case degli italiani” è  di circa 10.000 miliardi di euro. In lettere l’iperbole è più evidente. Si tratta di circa diecimila miliardi di euro

Quante cose si fanno con diecimila miliardi? Parecchie cose: ad esempio ci ripagheremo dieci – dico dieci – volte il debito pubblico. Oppure più semplicemente ci compreremmo le prime 100 società multinazionali per capitalizzazione, dalla Exxon Mobil alla Vodafone, dalla Microsoft alla Nokia. Ci potremmo comprare importanti pezzi di banche americane in crisi da subprime come stanno facendo i fondi sovrani cinesi ed arabi. Ci compreremmo l’America, invece ci compriamo la casa.

Ma il Governo ha deciso di dare ancora una volta il segnale sbagliato; di assecondare la bramosìa italiana per l’acquisto di un tetto. All’inizio del suo mandato, il grande amico del nostro Premier, George Bush, disse che voleva creare un paese di proprietari. Partendo dalla casa. Con la crisi dei subprime abbiamo visto com’è andata a finire. Molti hanno comprato ma si son rovinati con i mutui che non riescono piu a pagare. Bush ha creato un paese di ipotecari.

La riduzione dell’ICI vale pochi soldi, circa 150 euro a famiglia in un anno. Una cifra che non sposta nulla e che sa solamente di mossa post-elettorale. Ma avrà un effetto psicologico e si metterà su qualche altro cantiere con la promessa di non pagare la tassa, e qualcuno ci cascherà. Il Governo poteva dare un segnale diverso, rivolto all’offerta di lavoro, agli istinti più dinamici di lavoratori e risparmiatori; poteva ridurre l’IRPEF per invogliare a lavorare un po’ di più, poteva detassare gli affitti per incentivare qualcuno a muoversi dalla basilicata alla lombardia, dalla sicilia al piemonte, per andare a studiare o lavorare e cercare qualche opportunità incentivando l’uso e non la proprietà. Stimolando la mobilità geografica che sempre, nella storia economica, ha innescato poi la mobilità sociale. 

Invece ancora una volta il nostro governo, ci ha detto di star fermi li, tra le nostre quattro mura. E che ce le avrebbe fatte pagare un po’ di meno.

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