Robin Hood Tax, un Tremonti in calzamaglia

Avremmo scommesso su tutti quanti i ministri del Governo, persino sul Premier che nel passato ci ha abituato molto bene. Ma da Tremonti proprio no, non ce l’aspettavamo.

Proprio dall’unico ministro del Governo Berlusconi che non meriti di essere criticato a priori (perché l’uomo ha delle qualità) doveva venire la prima vera scempiaggine politico-ideologico-populista nella nuova legislatura: la Robin Hood Tax sui petrolieri.

Sarà che il Ministro dell’Economia è ancora immerso nel clima populistico elettorale, sarà sull’onda dell’ abolizione dell’ICI sulla casa, sarà perché al momento non sono previsti strumenti legislativi per combattere l’altra grande preoccupazione del momento – non è mai piovuto così tanto in maggio e giugno -, sarà insomma per questi e tutta una serie di altri motivi che si vuole cavalcare l’altro grande cafè topic (chiacchera da bar) degli italiani innamorati dell’automobile: il continuo aumento del prezzo di benzina e gasolio; e allora Tremonti si veste da Robin Hood (con la calzamaglia, meglio se recuperata dal set di un orrendo film di Mel Brooks) ed annuncia una tassa sui petrolieri.

Non che l’argomento non meriti un intervento deciso: dopo anni di relativa stabilità del prezzo alla pompa il prezzo della benzina è aumentato di circa l’11% in 12 mesi mentre quello del gasolio è addirittura schizzato su del 30%  (costava 1,15 euro a Giugno 2007).

Il motivo principale dell’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti è il continuo incremento del prezzo del barile del petrolio greggio. Il costo del barile è passato dai 70 dollari del giugno dello scorso anno ai 140 dollari di oggi. Quindi è aumentato del 100%. In parte l’aumento è stato sterilizzato, per il nostro paese, dall’indebolimento del dollaro. Ciò significa che in moneta europea un barile di greggio costava 52 euro ed oggi costa 91 (+75%). Stupirsi che la benzina cresca dell’11% è fuori luogo, chiedamoci invece se il peggio debba ancora venire.

Così stando le cose non ci si può fare niente. Si tratta davvero di uno shock esterno (esogeno, come dicono gli economisti) dovuto all’incremento forte di domanda da parte di paesi emergenti quali Cina ed India. Bisogna attrezzarsi, aspettare che passi e nel frattempo cambiare strutturalmente la nostra dipendenza dal petrolio puntando a ridurne il consumo nel lungo periodo. E invece che ti fa Tremonti? Il colpo di genio della tassa sui petrolieri.  Invece di aiutare il paese a vedere chiaramente dentro il dedalo dei suoi vincoli strutturali trova più facile puntare il dito sull’ennesimo ipotetico complotto del complesso petrolier-industriale, dei tentacolari Poteri Forti che si arricchirebbero ai danni dei poveri cittadini italiani.

Certo se aumenta la domanda e con essa il prezzo della materia prima alla fonte,  tutti i soggetti della filiera, da chi costruisce oleodotti o perfora i giacimenti, da chi raffina a chi distribuisce i prodotti finali finiscono per guadagnarci, ma è davvero una tassa sui petrolieri quello che ci serve per affrontare il nuovo shock petrolifero? E poi chi sono i soggetti che vuole tassare Tremonti?

Di sicuro non ha la potestà di tassare chi incassa le royalties, i Paesi Produttori, anche se l’immagine di un Tremonti guerriero che impone dazio a Chavez, ad Ahmadinejad, ai principi sauditi, sarebbe davvero intrigante. Rimane tutto il resto della catena, i petrolieri che portano i prodotti finali (benzina, gasolio) sul mercato all’interno del nostro paese nella cosiddetta fase di down-stream (raffinazione più distribuzione). In Italia ritroviamo questi soggetti nella confederazione aderente a confindustria: l’unione dei petrolieri. In mezzo ci sono nomi noti come il campione nazionale ENI, quel che rimane delle sette sorelle americane (Esso, per esempio ma anche le altre sorelle, sorellastre e cugine assortite, l’anglo-olandese Shell, la libica Tamoil, la francese Total etc) ed altri nomi meno noti come Saras, la raffineria della famiglia Moratti o Italiana Petroli, della famiglia Sensi.

Tremonti, secondo parole sue, vorrebbe imporre una cosiddetta tassa di scopo (anche se lui la chiama imposta etica), cioè effettuare un prelievo fiscale specifico sulle aziende petrolifere e destinare il ricavato non al normale gettito pubblico, ma a sfamare i più deboli con una certa urgenza (“l’talia può e deve farlo, la gente che ha fame non aspetta”). A parte la comicità (spero involontaria) di questo Food for Oil in salsa italiana e l’immagine abbacinante di un comitato di solidarietà di stampo islamico-partenopeo che vada di casa in casa a distribuire pacchi di pasta alla povera gente con il ricavato delle tasse alla ERG e consimili, il dubbio vero è che Tremonti  in realtà parli come un Robin Hood ma che, seguendo la tradizione trasformistica dei nostri politici, sia in realtà lo sceriffo di Notthingham travestito.

Del prezzo alla pompa della benzina circa il 60% finisce allo Stato (cioè a Tremonti) come imposte ed accise varie mentre il 40% della spesa degli italiani finisce ai famigerati petrolieri. Gran parte di questo quota petrolieri è il cosiddetto costo internazionale (incluse le royalties ai paesi produttori) cioè il costo dell’up-stream (estrazione e trasporto cross border) prima che arrivi in Italia, parte che difficilmente può essere tassata da un governo nazionale. Alla fine la quota di profitto petrolifero da tassare con la Robin Tax sarebbe probabilmente non più del 15-20% del prezzo di gasolio e benzina. E’ questa la coppa di champagne della speculazione di cui parla Tremonti? E se il 15% è champagne cos’è il suo 60% tra IVA ed accise? Oro liquido?

Prendiamo anche un petroliere a caso: L’ENI. Anche qui Tremonti c’entra eccome in quanto lo  Stato possiede circa il 30% della compagnia petrolifera italiana. Secondo i dati di bilancio dell’ultima trimestrale l’ENI fa profitti al netto delle tasse per circa 1 miliardo di euro al mese. Che diventeranno magari 12 all’anno. Di questi, oltre 3 miliardi finiranno nelle bisacce del Robin Hood Tremonti, in remunerazione della sua quota azionaria. Sull’utile l’ENI paga comunque le normali imposte societarie previste dal Fisco Italiano (con un tax rate teorico del 35% tra IRES e IRAP): apprezziamo che Tremonti decida di introdurre una tassa aggiuntiva da destinare a chi, sempre sul territorio italiano,  muoia di fame (…) ma vien da chiedergli: dove vanno a finire le imposte pagate da ENI sotto forma di IRES ed IRAP? E le accise? E L’IVA? Non ad opere di bene, non a sfamare gli italiani a quanto pare, se ci vuole un’imposta aggiuntiva. Quelle che esistono non bastano?

Proviamo a fare un riepilogo (approssimativo ma utile) su quanto incasserà lo stato italiano quest’anno per tutte le imposte su gasolio e benzina, nonché sulle tasse (già esistenti) sui petrolieri:

IVA e accise alla pompa: 32 miliardi

IRES e IRAP (già esistenti) sui petrolieri: 20miliardi

Utile netto da partecipazione azionaria all’ENI: 3 miliardi

Lei caro Tremonti incasserà 55 miliardi dai petrolieri e dai consumatori italiani di benzina e gasolio quest’anno. Non ci scappa Mr Robin Hood, un pacco di spaghetti per chi muore di fame? Almeno un barattolo di sugo a testa? Perché introdurre un’altra tassa? Non bastano queste? Questi soldi dove vanno invece di aiutare il popolo ad arrivare a fine mese? Un Robin Hood che gestisce una massa da oltre 50 miliardi, un po’ tantini, no? Il bandito-gentiluomo più ricco che ci sia.

Facciamo una scommessa. Questa Robin Tax sui petrolieri non si farà mai, oppure sarà una barzelletta che ci costerà più a pensarla, incassarla e distribuirla che a trarne un reale beneficio per il Paese.

Nel centro-sinistra, l’ex ministro Bersani fa giustamente lo spiritoso sull’uscita di Tremonti ma non è che il Governo Prodi abbia fatto meno ridere. A Marzo scattò uno sconto temporaneo (già finito) di 2 cents al litro per due mesi. Il sottoscritto ha risparmiato 2 euro al mese per due mesi. 4 euro in tutto. Agli spaghetti ed al barattolo di sugo di Tremonti non ci sono neanche arrivato. 

Caro Tremonti-Robin-Sceriffo-Hood-di-Sherwood, se vuole riscattarsi ha ancora un possibilità riaccreditandosi presso il suo popolo. Rinunci alla tassa fantomatica sui petrolieri e faccia una di queste due cose:

1) Annulli la prevista eliminazione del bollo auto annunciato in campagna elettorale dal Partito delle Libertà. Incentivare l’uso dell’auto è il modo migliore per incrementare la domanda di benzina e gasolio e quindi il prezzo alla pompa. Già che c’è annulli anche il Ponte sullo Stretto di Messina che non farà che mettere altre automobili su strada tra Sicilia e Calabria delle quali non si sente veramente il bisogno. 

2) Ci Regali la quota in suo possesso di ENI. Faccia veramente il Robin Hood. Come detto sopra il Tesoro ha il 30% del capitale di ENI, su un totale di circa 4 miliardi di azioni fa un totale di 1,2 miliardi di azioni. Ecco gli italiani sono 60 milioni? Ci toccano 20 azioni a testa ad un valore di borsa di circa 25 euro fanno 500 euro di Robin-regalo. Queste azioni renderebbero ad ognuno di noi un profitto di 60 euro l’anno. Giusto il costo di un pieno. Gratis.

Altrimenti continueremo si a chiamarla Robin Hood, ma con l’appellativo più usato per il leggendario eroe inglese: il Principe dei Ladri.

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