Le lacrime amare di Zurigo (e di Wall Street)

Continuano i forti conati della crisi finanziaria globale.

Dopo il crollo delle grandi banche d’affari newyorchesi quali JP Morgan, Merril Lynch, Lehman Brothers ed il quasi fallimento di Bear Sterns sono arrivate le gravissime difficoltà delle riassicuratrici di mutui americani (Freddie Mac e Fannie Mae) e, ultime ma non ultime, si allineano le leggendarie maisons dei nani di Zurigo, tra le quali UBS (Unione delle Banche Svizzere).

Un bell’articolo apparso sul Corriere della Sera di oggi domenica 20 luglio, a firma di Massimo Mucchetti (l’articolo lo linkerei ma c’è solo nella versione cartacea e non sul Corriere online) dimostra come l’attuale fase di difficoltà delle istituzioni finanziare globali sia solo l’altra faccia di una crescita spropositata che, a partire dalla fine degli anni ’90, aveva gonfiato i profitti delle banche oltre il normale rendimento di una società di capitale. 

Dimostra Mucchetti nel suo articolo che UBS, prima di soffrire di un buco clamoroso recente di circa 25 miliardi di euro, ne aveva guadagnati nei 9 anni precedenti almeno 66 di cui almeno 30 “gonfiati” dalle invenzioni finanziarie, dalle operazioni di fantasy finance che oggi vengono messe sotto accusa per il loro dissolversi a seguito della crisi immobiliare americana. Nel periodo d’oro della finanza (gli ultimi dieci anni), le banche d’affari hanno spesso cavato davvero il sangue dalle rape, facendolo diventare champagne, inventandosi un meccanismo (quello dei derivati e della leva finanziaria) in grado di moltiplicare i guadagni in maniera artificiale.

Prendiamo ad esempio un mutuo sulla casa: supponiamo che ci sia un povero diavolo, in America, che non può permettersi un mutuo normale perché non è solvibile (ad esempio ha appena perso il lavoro). Le banche decidono comunque di fargli un prestito ad un tasso più alto (in Italia siamo abitutati ad esempio a pagare un tasso variabile di EURIBOR  +1,5%, il subprime invece arriva a chiedere 4-5% in più del tasso di riferimento): fino a che i valori della casa e tutto il mercato tirano, il povero diavolo può di nuovo rifinanziarsi per pagare il mutuo ad un tasso del 10% annuo fino a che il lavoro non arriva; poi magari il lavoro continua a non arrivare ma il mercato immobiliare non tira più e nessuno vuole rifinanziare il povero diavolo doppiamente indebitato. Il nostro amico non riesce piu a pagare il mutuo e deve vendere la casa per rimborsare la banca la quale, nel frattempo, ha ceduto a qualcun altro il diritto a riscuotere (all’interno del suo 10% di guadagno può sicuramente vendere a qualcuno altro,con i cosidetti debiti collaterali, il suo credito magari al 5, al 6%, guadagnandoci comunque e abbattendo il suo rischio di non essere rimborsata).

In questo giochino di tassi di interesse gonfiati, alla ricerca dei settori di mercato ancora aggredibili (ad esempio il desiderio di case dei poveri diavoli), le banche retail (che concedono i mutui) e le banche d’affari (che li ricomprano e si assumono il rischio finanziario) si è consumata la bolla – o meglio il gioco del cerino acceso – che ha fatto guadagnare tanto fino a che il volano reggeva ma che ha fatto crollare tutto, non appena si è sparsa la voce di uno sgonfiamento dei valori d’acquisto delle case. Si è prima inventato un mercato che non esisteva (la casa a chi non se lo può permettere, come a dire il mercato di coloro che non hanno i soldi per pagare) che è poi rapidamente sparito, lasciando la bomba che esplode in mano agli ultimi arrivati.

Ma non chiediamoci perché adesso c’è la crisi, chiediamoci perché prima ci fossero tanti “falsi” guadagni in giro.

Non solo UBS ma anche le regine di Wall Street, ora decadute, si sono ubriacate prima di cadere in un sonno profondo. Hanno portato a casa miliardi di profitti negli anni passati, regolarmente incamerati dagli azionisti, dai manager e persino dai dipendenti (non facciamo finta che siano sempre vittime) attraverso nuove assunzioni e generosi contratti di lavoro. In parte coloro che hanno tanto guadagnato in passato stanno rimettendo risorse nelle loro aziende tartassate dai crolli in Borsa ma i più se ne sono andati, gli azionisti vendendo i titoli prima del crollo, i manager facendosi cacciare ma con in tasca liquidazioni milionarie. Molti dipendenti saranno licenziati, è vero, ma è anche vero che non sarebbero mai stati assunti e non avrebbero mai portato a casa i loro stipendi senza la fantasy finance degli anni passati.

La crisi finanziaria è la dimostrazione che il mercato non funziona?

Direi di no, almeno in parte. E’ sicuramente la dimostrazione che il mercato fa le pentole ma non i coperchi. I vizi si sa, sono privati, le virtù pubbliche. I singoli individui ricercano la ricchezza, anche avidamente, perché fa parte della loro natura. Questo è il mercato. Il problema non è il fallimento del mercato ma il fallimento della sua regolazione da parte delle autorità che dovrebbero invece tutelare l’interesse pubblico.

Forse gli Stati Uniti non faranno il doppio errore di addossare al contribuente tutto il costo della crisi “privatizzando i guadagni e pubblicizzando le perdite” (come avveniva in Italia con la famiglia Agnelli e la FIAT durante le altalenanti vicende dagli anni’ 70 ai ’90, ricorrendo alla cassa integrazione nei periodi di magra ma lasciando i miliardi di utile in cassa alla famiglia quando le cose andavano bene). Ma è sicuramente discutibile la politica del governo USA e della Banca Centrale (la FED) di drogare al ribasso i tassi di interesse negli anni ‘2000, tra la bolla Internet e quella immobiliare, creando il vortice di denaro a prestito con le quali le banche hanno alimentato all’eccesso l’offerta di credito e creato le basi per il crollo attuale.

Così come è più che discutibile la famosa affermazione di George Bush: “una casa per ogni americano” come parte del concetto della Ownership Society venduta al popolo americano per farsi rieleggere nel 2004 (ed apprezzata, ovviamente, dal Governo Berlusconi allora in carica). La crisi del subprime è il prezzo pagato oggi, alla fine del suo secondo mandato, di quella promessa.

Oggi le banche svizzere e le banche americane piangono lacrime amare, qua è la si da la colpa alla globalizzazione ed ai cinesi. Ma sono per lo più le lacrime di coccodrillo di chi ha vissuto 10 anni di baldoria scaricando la bolletta sul futuro. Oggi il mondo non va male, non ci sono vere catastrofi. Nemmeno economiche. Gli Stati Uniti, nonostante un anno di piagnistei in anticipo, non sono ancora andati sotto zero nella crescita del PIL. E’ vero: va peggio per alcuni e molto meglio per altri. E’ la sperequazione, non la globalizzazione, il problema. Sono le grandi e forzate redistribuzioni di denaro e ricchezza nello spazio e nel tempo, dai non privilegiati ai privilegiati, il vero problema.

Una cosa che anche in Italia conosciamo bene perché ne abbiamo viste due piuttosto grosse, di queste redistribuzioni: “il grande furto dell’euro” quando, con l’introduzione della moneta unica, ci fu una forte ridistribuzione dai salariati agli autonomi ed imprenditori; ed il “grande furto del debito pubblico” (ancora in corso) dove i vecchi, trasferendo i debiti dello stato ad un futuro sempre più lontano (per goderne i benefici oggi tramite erogazioni di pensioni e altra spesa pubblica), stanno letteralmente rubando nelle tasche dei più giovani.

Con buona pace di Robin Hood.

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