Gomorra ed il complesso di Edipo

 

gomorra3Alla fine Gomorra non ci va, a Hollywood.

Battuto ai Golden Globe Awards (dominati dal “Millionaire” di Danny Boyle) il film di Garrone è stato anche escluso dalla lista dei candidati quali Migliore Film Straniero al ben più sospirato Oscar, categoria nella quale concorreranno sia il pluripremiato film indiano dell’autore di Trainspotting (che ha beneficiato della pubblicità involontaria dei recenti assalti terroristici a Mumbai) che l’opera cartoon Valzer di Bashir, centrato sulle guerre israelo-palestinesi e sul ricordo del massacro di Sabra e Chatila dell’82.

Come per certi processi controversi, per l’esclusione di Gomorra attendiamo fiduciosi di conoscere le motivazioni della sentenza.

Il film era stato idealmente messo in scontro diretto con il film israeliano, che ha prevalso. Non abbiamo idea di come l’Academy faccia le sue selezioni. Se siano più artistiche, più commerciali o più tutte e due. Di certo se ne facessimo una questione di esposizione mediatica del soggetto, la palude della criminalità campana non poteva davvero competere, nell’audience globale, con la recrudescenza della violenza nella striscia di Gaza, neanche se agli americani avessimo spiegato per mesi  i recenti cazzi amari della giunta Jervolino, del costruttutore Romeo e delle registrazioni in stile Michael Clayton che hanno accompagnato la caduta dei vertici campani del Partito Democratico Veltroniano.

A noi Gomorra era piaciuto, molto. Immaginifico ed eloquente, coraggioso, con scene che già dopo la prima visione rimangono nella memoria (citiamo a caso: i bambini che guidano camion nella discarica, i baby gangster che provano i kalashnikov in riva al mare e che vengono trucidati sulla spiaggia, l’omicidio e la rivolta al quartiere Vele di Scampia). Echi di realismo o neo-realismo, supportati da una scrittura netta (e utile) come quella che invocava Fellini ne La Dolce Vita, quando mischiava la realtà in attesa di mischiare la finzione di 8 1/2.

Ma soprattutto un film importante e necessario.  Nauseati da trent’anni di cultura cinematografica che ha sopravvalutato il “messaggio” (di solito una moralina catto-comunista) rispetto alla forma, abbiamo finito per trascurare del tutto il valore semantico e politico di certe pellicole in mezzo al rumore bianco del cazzeggio filmico contemporaneo.

 Innanzitutto Gomorra dice la verità. Non solo. E’ importante sì per quello che dice, ma anche per come lo dice e soprattutto per il solo fatto che lo dice. Ergo Sum. 

L’impressione sulla tela napoletana (o campana, o meridionale, come vi pare) che Gomorra lascia nella memoria andava dipinta, prima o poi: adesso è li, in cornice. Girare lo sguardo dall’altra parte (o discutere della cornice) è un gesto intellettuale irrilevante. E’ irrilevante dividersi e spipparsi all’infinito sulla presunta (ma chi si ne frega, no?) vanità dello scrittore Saviano come se una debolezza umana dell’autore distogliesse dallo sguardo dell’opera. Come se oggi discutessimo l’arte di Picasso basandoci sulla sua (non proverbiale) simpatia o sulla sua fedeltà (non pervenuta) con le donne. Come se affermassimo che la Mercedes di Di Pietro era più importante di Mani Pulite. Come se affermassimo che le lettere del corvo di Palermo fossero più rilevanti di Giovanni Falcone.

Gomorra dice lo verità. Lo sanno tutti. Sul film si possono avere opinioni estetiche discordanti, come per tutta l’Arte, ma (come accade per la verità) tutti dovrebbero riconoscerla. Se non in America, almeno qui da noi. Se il film fosse andato agli Oscar ci avrebbe aiutato a globalizzare, ad eternare, ad elaborare quel male napoletano, campano, meridionale che potremmo definire “le mal du Golfe”.

I delusi, come noi, saranno tanti ma non troppi.

Non alludiamo solo della lobby cinematografara napoletana (più impegnata su altre poetiche, soi disant), non alludiamo solo alle sparate fuori bersaglio di quell’ex produttore toscano (Cecco da un occhio) che dice che Gomorra è solo un documentario, non un film. Ci riferiamo a certe convenienze politiche a che non si sporchi, nemmeno con uno schizzo, l’immagine nero-seppia del Meridione Italiano, a certe propagande mono-colori del foklore da cartolina, a certa baldanza/cacionerìa da Italiani nel Mondo Channel (che l’Italia è ancora quella del Columbus Day a NY, al massimo si arriva a Caruso); a certi micidiali pudori provinciali e conformisti che già armavano di veleno, negli anni ’50 e ’60, le penne di quei politici improvvisati critici: il Giulio Andreotti su Umberto D.  (“i panni sporchi vanno lavati in famiglia) o il Luigi Scalfaro sulla Dolce Vita (“ma questa è una sconcia vita!”). Ci si scandalizzava a morte, si gridava all’attentato alla sicurezza dello Stato e della morale se qualcuno alzava il tappeto per fare uscire la polvere.

Di sicuro l’esclusione di Gomorra non dispiacerà troppo a molti (troppi) napoletani. A quella maggioranza napoletana campione nell’arte del distinguismo (“comunque non tutti i napoletani sono così”, “attenzione a non generalizzare”, “attenzione a non rovinare l’immagine internazionale…”, etc.) che ha trovato essa stessa il suo campione (e stopper)  nel calciatore campione del Mondo: Fabio Cannavaro.

A Cannavaro  indirizziamo una accorata quanto modesta lettera sul complesso di Edipo e Mamma Napoli. Una Mamma difesa per feroce gelosìa, fino alla morte (civile) della stessa:

Ai Napoletani (come Saulo, eh)

Se pensate davvero di essere migliori, e magari lo siete, non lamentatevi di come vi dipingono gli altri. Perché vivete in quella realtà, non vi ci hanno messo come in un presepe. Potete scappare da lì e realizzarvi altrove, nel mondo, oppure potete combattere, dove siete, a prezzo di riconoscere il vero nemico, a nominarlo, ad accettare di vederlo immaginato e rappresentato da altri. Imparate a dire che Napoli è una bella città, come ce ne sono altre. Non che è la più bella del mondo, che non è vero. Perché ha davvero troppi problemi. Perché ha una coscienza nera, nerissima. Sforzatevi di dimenticare tutti i vostri pregi, che altro non sono che i gemelli dei loro difetti. Uscite dal personaggio. Uscite dal luogo. A Napoli la Camorra c’è. E molti non solo la approvano ma ne fanno parte. La scriteriata assenza di una omogenea politica di controllo statale ha delegato di fatto la gestione della cosa pubblica ed economica ad un mondo parallelo di zii, fratelli, figli, padri, madri, che finisce per gestire pure le attività legali ed è diventata talmente necessaria che se a Napoli la Camorra sparisce, è crisi economica vera. Dire che a Napoli la Camorra non c’è o che tutti i napoletani non sono così è  come dire che a Las Vegas non ci sono giocatori d’azzardo. Continuare a distinguere, a rimanere intrappolati nell’ipocrisia è come vivere all’ombra di un ricordo, di un santino. E’ come non crescere mai. E’ come rimanere schiavi di una madre che non lascia mai crescere i suoi figli. Lasciandoli continuamente con il senso di colpa, con l’obbligo millenario di difendere il cadavere dagli insulti e dalle male parole. Napoli è il più grosso complesso edipico degli ultimi tre secoli. La Città Madre vuol for farsi fottere men tre il Padre se ne è andato da un pezzo, se mai c’è stato. Non se ne può più dei napoletani che sfasciano il buon senso e la decenza e si rifugiano dietro l’improvvisazione ed una presunta poesia. A Napoli ho visto intelligenze vertiginose rinchiudersi dentro il recinto di “pizza, sole e mare”. Non ditemi che Napoli è Poesia, trovatemi un poeta napoletano che valga la pena. Non dite che Napoli è fantasia, mostratemi qualcosa di veramente nuovo. Uccidete la madre. E sarete liberi. Da cittadini non-napoletani o a-napoletani. In un mondo che ha mille luoghi, come Napoli. Ci sono molti napoletani che sbagliano e fanno ‘e camurriate. Molti li approvano. Molti li disapprovano ma sono fatalisti. Alcuni ci combattono. Ma non è un’immagine della città. E’ la città. Uccidete la madre. Siate liberi.

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