Burn After Reading

Andate al cinema a vedere quest’uomo.

Perché non ve lo dimenticherete tanto facilmente.

L’ultimo film dei Fratelli Cohen, Burn After Reading, è una commedia esilarante, in cui si ride dall’inizio alla fine. Più che in ogni altro loro film. Ma che nello stesso tempo dice qualcosa sull’America pasticciona di oggi, tra seduttori da strapazzo sul web (Clooney), sprovveduti istruttori di palestra (Pitt e McDormand), maldestri analisti della CIA (Malkovich) e mogli irrigidite nei loro matrimoni, fredde e spocchiose (Swinton).

L’America di un’umanità fatta di sub primati, a cui non bisognerebbe mai dare credito.

Andate.

Siete ancora lì?

Flash-back Gordon

Giovedi sera, all’Alcatraz, il grande ritorno dei Sonic Youth nell’autunno caldo milanese.

L’anticiclone nordafricano che da giorni staziona sull’Italia ha portato umidità e sudore all’interno del noto locale di Via Valtellina, dove il pubblico pogava al centro e boccheggiava ai lati, con magliette e felpe inzuppate, polmoni affaticati, la mano in tasca a cercare gli euro necessari a scolarsi una pinta di birra.

Lo storico gruppo di Kim Gordon e Thurstoon Moore ha messo in scena il tradizionale “guitar rock cascade” fatto di suoni distorti, saturazione, melodie nascoste al riparo dalle raffiche di una delle più straordinarie macchine da fuoco hard-rock-punk-grunge che si siano mai viste sulla scena musicale.

La sensazione è stata quella di un concerto non bello, con il gruppo che si è esibito a velocità di crociera (seppur rumorosa), sulla falsariga degli ultimi (discutibili) lavori, lasciando i brani migliori alla memoria di chi li ha ascoltati ai tempi d’oro (Dirty e Daydream Nation).

Ma ormai i concerti rock non servono necessariamente per ascoltare buona musica, quanto per la celebrazione di un culto (non più dionisiaco bensì apollineo) in comune tra gli artisti ed il pubblico, come una forma di nostalgia rituale con connotazioni artistico-letterarie. Tutto il rock è una sterminata ricostruzione mentale e visiva, una celebrazione di un rito evocativo, dello splendore che fu.

Il rock è nostalgia. Il rock è poesia.

Non più solo Bob Dylan, Lou Reed. Patty Smith. Ma anche i Sonic Youth.

Poetry is everywhere. The Rock is dead. Long live Rock’n’roll.

La Fura dels Baus – Imperium

Lo spettacolo è (era) al Palasharp di Milano, mercoledi sera.

Si attende pazientemente l’apertura dei cancelli. Due camioncini/porchetta rifocillano i fans del gruppo catalano proponendo l’ormai celebre offerta pay-tv my sky; “la porchetta è lunga da fare, va bene lo stesso?”. No, non va bene. E si ripiega su una ciabatta al prosciutto (mangiata in coda per il ritiro dei biglietti).

Ore 21.30: siamo dentro. Il numero dei partecipanti è rigorosamente limitato a 1.200 per consentire le evoluzioni della Fura crew. Comincia l’effetto Auschwitz: esce fumo dal soffitto che si sparge a terra. La gente non capisce. Anzi capisce che sta accadendo qualcosa, i più ne hanno già sentito parlare, alcuni hanno già fatto l’esperienza anche se, evidentemente, ogni volta è diversa dall’altra e si tiene dentro di sè un cauto stupore preventivo.

Infine, eccolo. Inizia.

Le scale metalliche convergono e si fronteggiano. Sbuca altro fumo. Si sentono piccole urla. Qualcosa fende la folla a numero chiuso. Qualcuno pende da una forca con un sacchetto di plastica incappucciato. Persone salgono in cima alle scale e si battono il petto con manganelli di plastica. Sono donne. Tutte donne. Sono scimmie. Leggi il seguito di questo post »